Field note

Il mio Dio non aveva la barba

L’anno in cui il mondo si chiuse, e io avevo appena compiuto diciott’anni.

Dolomiti  ·  Trentino-Alto Adige  ·  2020-08-09

Il mio Dio non aveva la barba

2020. 2020. L’anno del Covid e della quarantena. L’anno delle mascherine e della distanza sociale. L’anno in cui il mondo si chiuse. Io, però, avevo appena compiuto diciott’anni e quel mondo avevo un bisogno disperato di aprirlo. I primi viaggi da solo. I primi treni per chissà dove. I primi hotel prenotati online. Volevo scoprire quanto fosse grande il mondo, adesso che finalmente potevo attraversarlo. Eppure, dentro, c’era qualcosa fuori posto. Lo sentivo spingere, scalpitare. Non riuscivo ancora a dargli un nome. Fin dai primi anni della mia vita ho sentito uno strano richiamo verso la natura. Abitavo in centro, a meno di un chilometro dalla piazza principale della città. Giocavo in un piazzale di cemento insieme agli altri bambini grigi come me. Grigi come le pareti che ci circondavano. Poi tornavo a casa e guardavo Bear Grylls in TV. Ore di documentari sugli animali. Foreste, montagne, deserti, fiumi. Restavo a bocca aperta davanti agli angoli più remoti del pianeta, tanto esotici quanto affascinanti. Il mondo mi chiamava da dietro uno schermo. Crescendo, insieme a quella curiosità, è iniziata anche la mia ricerca spirituale. Poco alla volta ho capito che il mio dio non era lo stesso che le persone pregavano la domenica a messa. Non aveva sembianze umane. Non aveva capelli bianchi né una lunga barba. Il mio dio era tutto. Tutto ciò che potevo vedere, sentire, annusare, assaggiare o toccare immerso in un bosco o sulle sponde di un fiume. Anzi, forse chiamarlo dio non era nemmeno corretto. Era più simile a una madre. E davanti a lei mi sono sempre sentito piccolo. Ho deciso di essere vulnerabile ai suoi occhi, convinto che avrebbe potuto darmi le risposte che cercavo, se solo avessi imparato a parlarle di me. Il primo treno da maggiorenne l’ho preso alla stazione di Parma. Direzione Bolzano. Il Trentino-Alto Adige. Terra di vette che sfiorano il cielo e paesaggi che sembrano non finire mai. Qui le persone possono sembrare rigide, come il clima. Poi impari a conoscerle e sanno farti sentire a casa, come una trapunta stretta addosso mentre fuori fa freddo.

Sul treno non riesco a smettere di pensare a due cose: mio cugino Enrico, che mi aspetta alla stazione di Bressanone, e il Lago di Braies. Enrico lo vedo poco, una volta ogni manciata di anni, ma è stato lui il primo a comprarmi delle penne per disegnare. Ed è stato il primo a dirmi: «Credi nei tuoi sogni.» Il Lago di Braies, invece, ho iniziato a sentirlo nominare nel momento stesso in cui ho cominciato ad appassionarmi alla fotografia. Tutti ne parlavano come se fosse il posto più bello del mondo. E adesso quei binari mi ci stavano portando, tenendo le loro cigolanti mani tra le mie, quasi a farmi coraggio. Quasi a ricordarmi che non ero solo. Scendo dal treno e cerco tra la gente quei fitti ricci scuri, attraversati qua e là da qualche striscia bianca. Lo vedo. Ci abbracciamo. È come se il tempo non fosse mai passato. Mettiamo lo zaino in macchina e, senza neanche il tempo di un caffè, partiamo. Non ricordo nemmeno dove mi abbia portato quel giorno. Ricordo soltanto che non avrei voluto essere in nessun altro posto. Per anni avevo osservato quella madre attraverso uno schermo. Adesso potevo finalmente guardarla dritta negli occhi. E quasi non riuscivo a sostenerne lo sguardo. Ovunque posassi gli occhi mi sembrava di dover soltanto fare click. Le immagini prendevano forma davanti a me, una dopo l’altra, rendendo il mio lavoro fin troppo facile. Quella sera la giornata si chiuse com’era iniziata. Con uno stretto abbraccio sui binari di una stazione sperduta tra i monti. Domani è il grande giorno. Finalmente vedrò quel luogo che per anni mi è stato raccontato dalle fotografie di perfetti sconosciuti. Il mio hotel è a Bolzano. Arrivo tardi, mi butto sotto la doccia di testa e poi nel letto, senza nemmeno preoccuparmi di asciugare i capelli. Sono le 4:00, la sveglia suona. Ho dormito forse cinque ore, ma ho così tanta adrenalina in corpo da sentirmi come se ne avessi dormite venti. Arrivo alla pensilina. Salgo sul bus. Appiccico il naso al finestrino e non lo stacco finche non sento l’autista dire «Braies!» Il bus si svuota. A quanto pare ci siamo alzati tutti all’alba per la stessa ragione. Scendo. Il sentiero intorno al lago comincia quasi immediatamente. E dal primo momento provo quella strana sensazione che si ha davanti a qualcosa di talmente maestoso da sembrare finto. Faccio fatica a credere che ciò che ho davanti possa esistere davvero. Sembra realizzato in CGI. Per anni l’avevo visto attraverso uno schermo. Adesso, finalmente, ero dentro l’immagine.

La giornata mi scivola via come sabbia tra le dita. Quando risalgo sul bus sono ancora incredulo. Questa volta, però, al vetro non appoggio il naso. Appoggio la testa. Il giro intorno al lago è lungo diversi chilometri e, preso dal paesaggio, non mi sono nemmeno accorto dello sforzo. Facciamo appena in tempo a percorrere le prime curve che sento qualcuno picchiettarmi sulla spalla destra. Stropiccio gli occhi. Cerco di capire chi sia e cosa voglia da me. È l’autista. “Siamo arrivati a Bolzano” Ho dormito per quasi un’ora. Lo ringrazio, scendo dal bus e torno in hotel. Cerco di centrare la serratura. Doccia. Letto. Sono di nuovo le 4:00. La sveglia suona inesorabile. Ho una ventina di chilometri di trekking sulle gambe e forse otto ore di sonno accumulate in due giorni. Eppure mi sento come nuovo. Oggi è il turno del secondo luogo di cui sento parlare da quando ho iniziato a fotografare. Arrivo alla pensilina e vedo un volto familiare sorridermi. È lui. Lo stesso autista del giorno prima. Salendo sul bus lo guardo. «Spero che non dovrai svegliarmi anche stasera.» Scoppia a ridere. Ho un nuovo amico in Alto Adige. Il rituale ricomincia. Naso sul finestrino. Occhi che saltellano tra un pino e una betulla. Poi la voce. «Lavaredo!» Sono il primo a scendere. Anche oggi non c’è bisogno di aspettare. Il piede salta dall’ultimo gradino del bus al terreno ghiaioso. Alzo gli occhi. Mi fermo. Tre enormi formazioni rocciose si stagliano davanti a me. Sembrano essere state appoggiate lì volutamente. Credo che in Alto Adige vada di moda circumnavigare i luoghi d’interesse, perché anche oggi il percorso gira intorno alle Tre Cime. Cammino. Fotografo. Continuo a camminare. Poi, arrivato circa a metà del percorso, noto qualcosa di strano. Le persone davanti a me si fermano.

Il mio Dio non aveva la barba

Si girano. E iniziano a tornare indietro. Non capisco. Siamo arrivati fin qui. Non possiamo abbandonare l’esplorazione a metà. Alzo gli occhi quasi a voler chiedere scusa alla montagna per il comportamento delle persone che mi circondano. In un istante realizzo che quello fuori posto sono io. Un enorme ammasso di nuvole nere si sta muovendo velocemente verso di noi. Tolgo lo zaino. Lo apro. Impermeabile. Scaldamani. Coltello. Esche per il fuoco. Guardo di nuovo il cielo. «Io me la rischio.» Alla fine sono su un percorso tracciato che gira intorno alle tre rocce più grandi nel raggio di chilometri. Come potrei mai perdermi? Riparto. Accelero il passo. E dopo qualche minuto comincio a sentirmi come se avessi vinto alla lotteria. Le nuvole hanno deviato. La pioggia cade scrosciante tutt’intorno a me e ai pochi altri che hanno deciso di continuare. Noi, invece, siamo ancora asciutti. Non c’è tempo per i complimenti. Bisogna camminare. Veloce. Chi si ferma deve recuperare correndo. Il mio passo smette presto di assomigliare a quello di un trekker. Foto. Corsa. Foto. Le prime gocce iniziano a colpirci il volto. Il bus è lì. È ora di ripartire. Il mio nuovo amico mi guarda con l’espressione che si riserva ai pazzi. «Ti stavo aspettando, dobbiamo andare.» Guardo la valle. Poi guardo lui. «Me lo dai solo un minuto?» Si arrende. «Tanto ormai…» Corro giù dal bus.

Mi siedo sul ciglio della vallata. Davanti a me la montagna è cambiata. Il cielo luminoso del mattino è sparito. Una massa scura ha inghiottito l’orizzonte e le rocce sembrano ancora più grandi. Porto la fotocamera all’occhio. Click. Mi alzo. Corro. Risalgo le scalette del bus. «Ne è valsa la pena. Te lo giuro. Grazie.» Mi sorride. Mi siedo e tengo la fotocamera tra le mani come un pirata stringerebbe il tesoro tanto agognato. Ce l’ho fatta. Poi l’adrenalina comincia a svanire. La gioia lascia spazio alla stanchezza. “Oggi ce la siamo vista brutta.” Sento il corpo svuotarsi. Chiudo gli occhi. Qualche tempo dopo sento di nuovo quel familiare picchiettio sulla spalla. «Amico, siamo arrivati.» Apro gli occhi. Lo guardo. «Non di nuovo… Grazie.» Scendiamo dal bus. Prima di andarmene sento una voce alle mie spalle. «Che poi non so neanche come ti chiami.» «Giorgio. Domani riparto. Grazie per avermi portato nei posti più belli che abbia mai visto.» «Dovere.» Ci stringiamo la mano. Si torna a casa. O almeno, questo era quello che pensavo. Avevo preso quel primo treno da maggiorenne sentendomi grande. Tre giorni dopo tornavo con la consapevolezza di essere minuscolo. Minuscolo davanti alle montagne. Minuscolo davanti ai boschi. Minuscolo davanti a qualcosa che esisteva da milioni di anni prima di me e che avrebbe continuato a esistere molto dopo. Per tutta l’infanzia avevo cercato quel mondo dietro uno schermo. A diciott’anni avevo finalmente attraversato il vetro. Mentre il treno mi riportava verso Parma, ancora non potevo saperlo, ma una parte di me, da quelle montagne, non sarebbe più tornata.

Il mio Dio non aveva la barba